Bimbo

Vuole stare sempre in braccio!

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di Mara Martini il
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Quello che può sembrare un capriccio è, invece, un atteggiamento che risponde ad un preciso istinto naturale di auto-conservazione. Specialmente dopo i 2 mesi di età, quando lo sviluppo visivo e sensoriale del bimbo è tale da permettergli di riconoscere le figure di riferimento, le richieste di vicinanza e di attenzione da parte della mamma – manifestate attraverso il pianto – sembrano aumentare. In particolare, il piccolo mostra di non gradire di dover “abbandonare” le braccia della mamma, di essere messo nella culla, o comunque di essere tenuto lontano dalla genitrice.

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Nel 1969, lo psicanalista John Bowlby – dopo un periodo di osservazione dei cuccioli di scimmia e dei bambini di età inferiore ad 1 anno – sussunse tali comportamenti nella teoria dell’attaccamento“, secondo la quale, sin dalla nascita, gli individui di ciascuna specie sarebbero istintivamente “costretti” a sviluppare un legame molto stretto con la madre, o con una omologa figura di riferimento che procura nutrimento e protezione. Sempre secondo Bowlby, lo schema di instaurazione di questo legame passa attraverso comportamenti e stati d’animo di:

1) ricerca di contatto fisico con la “figura”;

2) utilizzo di tale soggetto quale punto di riferimento nelle situazioni in cui si necessita di protezione e sicurezza;

3) angoscia da separazione.

Per quanto riguarda le fasi evolutive del processo di attaccamento, si distinguono:

. una fase iniziale – da 0 a 2 mesi di vita – in cui il bambino non distingue ancora la mamma e mette in atto i segnali di richiamo di: pianto, tentativi di “aggrappamento” e sorrisini nei confronti di ogni persona adulta che gli sia fisicamente prossima.

. una fase intermedia – dai 2 ai 7 mesi – quella in cui si fonda e si consolida L’attaccamento specifico alla figura della madre, riconosciuta dal piccolo quale nutrice e protettrice.

. una fase più matura – fra i 7 mesi e i 2 anni di età – in cui l’attaccamento diventa un vero e proprio legame affettivo, che comincia ad includere anche la figura paterna, i nonni e altri familiari. Contemporaneamente, il bambino sviluppa una certa diffidenza verso le figure diverse dai genitori e dagli altri adulti di riferimento.

Dopo i 2 anni, infine, il bambino comincia progressivamente a conquistare una certa autonomia dalle figure genitoriali, abbandonando gli atteggiamenti di diffidenza eccessiva verso gli estranei, e a provare interesse – pur conservando un certo timore – verso il mondo esterno alla famiglia.

Sapere, dunque, che il desiderio del bambino di non staccarsi dalle braccia della mamma non è un semplice capriccio, ma un bisogno naturale e ancestrale, può aiutare le madri ad avere un atteggiamento più comprensivo verso questo atteggiamento. Al contempo, bisogna cercare di evitare certe forme di iperprotettività estrema, come ad esempio l’abitudine a prendere in braccio il bebè e attaccarlo al seno immediatamente, al primo cenno di lamento: in questo modo, si rischia infatti di ritardare il processo di “autonomizzazione” del proprio figlio e lo sviluppo della capacità di auto-consolarsi.

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