Dal quarto al sesto mese

Tritest, amniocentesi, villocentesi e cordocentesi: tre test da fare dopo i 35 anni

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di Valentina Molinero il
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Eccoci a diventare mamme, perché lo abbiamo voluto, perché è capitato, la motivazione non importa, la cosa certa è che una nuova vita cresce dentro di noi.

Avere un figlio dopo i 35 anni vuol dire, nella nostra cultura, averlo ancora da giovani ma il corpo umano è fatto diversamente e dopo questa età è necessario fare molta attenzione con le gravidanza e spesso è necessario fare degli esami di diagnostica prenatale intorno al quarto mese. La scelta di questo tipo di esami può essere determinata da vari motivi, ovviamente l’età della madre, ma anche se si è stati esposti durante la gestazione a radiazioni o malattie infettive, se si sono assunti farmaci teratogeni, se si sono avuti numerosi aborti, se nella storia familiare ci sono portatori di anomalie cromosomiche. 

Le indicazioni per valutare a quale diagnostica prenatale sottoporsi sono naturalmente dati dal ginecologo di riferimento, il quale saprà consigliare e descrivere accuratamente i rischi degli esami invasivi, sarà poi la futura mamma a decidere se eseguire o meno l’esame. Solitamente questo genere di esami diagnostici, non solo sono invasivi, ma anche notevolmente pericolosi perché possono in molti casi presentare un rischio di aborto determinato dalla tecnica usata.

Il primo test, è anche quello con meno controindicazioni, da fare per rintracciare patologie e anomalie è sicuramente il Tri test. È un test di screening prenatale che non è pericoloso e si effettua attraverso un prelievo di sangue materno, con lo scopo di analizzare tre sostanze prodotte dalla placenta e dal feto: l’alfafetoproteina, l’estriolo non coniugato e la gonadotropina corionica umana. Confrontando questi tre dati con l’età materna è possibile individuare le donne più a rischio di avere un bambino affetto da difetti di chiusura del tubo neurale come la spina bifida, sindrome di Down o anomalie cromosomiche.

Solitamente il tri test si esegue tra la 15a e la 17a settimana di gravidanza e non comporta rischi per la futura mamma o per il feto. L’affidabilità del test è del 60 per cento circa e va accompagnato da una ecografia che permetta di datare con precisione la gravidanza. Ovviamente questo genere di esame riesce soltanto a fornire un indice di rischio, nel caso in cui dovesse essere una percentuale alta si deve prendere in considerazione l’eventualità di approfondire sottoponendosi ad altri esami più invasivi come l’amniocentesi, una procedura invasiva che permette di prelevare campioni appartenenti al liquido amniotico, la villocentesi, che estrae campioni dei villi coriali, mentre la cordocentesi o funicolocentesi raccoglie il sangue del feto preso dal cordone ombelicale. Ma vediamo questi esami nello specifico:

  • L’amniocentesi si esegue tra la 15esima e la 17esima settimana e presenta un rischio, seppur minimo (inferiore all’1%) di aborto. In molti casi l’esame è convenzionato, si paga solo un ticket, si fa un colloquio preliminare con un genetista per cui è necessaria l’impegnativa e ovviamente si prende appuntamento. L’amniocentesi dura una decina di minuti e consiste nell’inserimento di un ago nell’addome della futura mamma, il quale penetra  fino a raggiungere il sacco amniotico per prelevarne  il liquido, nel quale sono presenti le cellule di sfaldamento del feto (che si sono cioè staccate spontaneamente), provenienti dalla pelle, dalle mucose e dalle vie urinarie. Questa operazione viene fatta da personale specializzato e sempre sotto la guida ecografica, in modo da trovare il punto migliore nel quale inserire l’ago, senza creare danni al feto. L’introduzione dell’ago provoca una sensazione non dolorosa, abbastanza simile al fastidio di una iniezione intramuscolare.
  • La villocentesi invece si esegue in una fase di gravidanza ben più precoce dell’amniocentesi anche se, rispetto a questa, presenta un rischio più elevato di aborto. La pratica consiste sempre nell’inserimento di un ago attraverso l’addome per prelevare un campione di tessuto placentare. Il risultato è disponibile dopo un paio di settimane.
  • La cordocentesi che si chiama anche funicolocentesi, è uno degli esami più pericolosi tra quelli di diagnosi, comporta infatti un rischio di aborto spontaneo pari a circa un caso su 150 ed è per questo che non si effettua di routine ma solo in certi casi. Consiste in poche parole in un prelievo di sangue eseguito sul cordone ombelicale a partire dalla 20a settimana di gravidanza. Il cordone ombelicale è raggiunto attraverso la pancia con un ago sottile e, dopo l’esame, la donna deve restare in osservazione per qualche ora. La cordocentesi si effettua sotto controllo ecografico e richiede due operatori: un ecografista e un medico che esegue il prelievo. Questo tipo di esame si effettua solo in casi in cui gli altri esami hanno evidenziato anomalie.

Mi rendo conto che essere informati su esami così invasivi e pericolosi è sempre molto difficile per una madre, ma è anche bene chiarire che non tutte le donne dopo i 35 anni hanno necessità di svolgerli e che solo il vostro medico può consigliarvi se è il caso o meno di procedere con la diagnostica.

 

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