Rimanere Incinta

Test di paternità: come funziona?

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di Carla Pistone il
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Fino a tempi relativamente recenti, biologi e studiosi del comportamento sessuale hanno sostenuto che i maschi di molte specie animali cercano di conquistare più femmine possibili per trasmettere il loro corredo genetico, mentre le femmine sarebbero naturalmente monogame. Ma negli ultimi anni questa visione è andata in pezzi: ora sappiamo che anche le femmine, nella specie umana come nelle altre,  possono manifestare una certa promiscuità nel tentativo di trovare il partner migliore.

Biologia a parte, è la nostra cultura ad essere cambiata, e per le donne come per gli uomini è ormai assolutamente normale tessere relazioni con diversi partners nell’arco della propria vita.

Quando queste relazioni si intersecano, però, può succedere che si instauri una gravidanza rispetto alla quale non vi sia sicurezza sull’identità paterna. Questo dubbio può essere risolto grazie a un test di paternità che permette il confronto tra il corredo genetico (DNA) del feto e quello del presunto padre.

Il test di paternità è un esame clinico che può essere effettuato sia durante la gravidanza che dopo la nascita del bambino, ma è bene avvertire subito che mentre il test di paternità eseguito dopo la nascita non comporta alcun rischio o problema etico, quello prenatale potrebbe risultare rischioso per la salute del bambino oppure imporre una riflessione di ordine etico-morale.

Durante la gravidanza è possibile risalire al DNA paterno, e quindi identificare il padre del bambino, in due modi:

  1. Confrontando un campione di sangue della madre con quello del presunto padre. Il test, assolutamente non invasivo, si basa sul fatto che il sangue di una donna incinta contiene anche  il DNA fetale, che quindi può essere confrontato con il DNA estratto dal campione di sangue del presunto padre.
  1. Effettuando un’amniocentesi o una villocentesi per estrarre liquido e cellule amniotiche nel primo caso e villi coriali (la parte embrionale della placenta) nel secondo caso. L’amniocentesi può essere effettuata tra la 14esima e la 20esima settimana di gestazione, mentre la villocentesi può essere eseguita già tra la decima e la tredicesima settimana. In entrambi i casi è necessario anche prelevare un campione di saliva della madre e del presunto padre, mediante un tampone orale,  per confrontarli con il campione prenatale che li contiene entrambi.

Stabilire la paternità biologica del bambino ancor prima della sua nascita può essere importante per proteggere i suoi diritti e assicurargli i benefici riconosciuti dalla legge (per esempio, in base al nostro Codice civile, il concepito ha diritto a succedere nell’eredità dei genitori come un figlio già nato) ma anche benefici per la sua salute, perché conoscere l’anamnesi del padre come quella della madre può aiutare il medico a formulare diagnosi corrette e a trattare precocemente eventuali malattie ereditarie. Inoltre, la certezza della paternità si rivela fondamentale per rafforzare il legame tra padre e figlio durante la gravidanza.

Ma mentre è evidente che – diversamente dal confronto tra campioni di sangue –  amniocentesi e villocentesi sono test invasivi che comportano il rischio di trasmettere infezioni al feto e persino di indurre l’interruzione della gravidanza, bisogna considerare che tutti i test di paternità effettuati prima della nascita sono portatori di conseguenze di carattere morale: infatti, se il test prenatale non conduce ai risultati sperati, la gravidanza può diventare indesiderata per la madre, che può decidere di interromperla volontariamente. Per i rischi che comporta e per le sue implicazioni etiche, quindi, il test di paternità prenatale è generalmente sconsigliato dai medici, i quali a volte si rifiutano persino di eseguirlo per obiezione di coscienza.

Per questi motivi, se la madre si sente in grado di trascorrere la gravidanza senza farsi prendere dalle ansie legate all’incertezza paterna, i medici consigliano di rimandare il test di paternità a quando il bambino sarà nato: in questo caso il test non comporta problemi di ordine etico, ed è totalmente privo di rischi, perché consiste semplicemente nel confronto tra i campioni di DNA estratti dalla saliva della madre e del presunto padre.

La scelta tra il test di paternità prenatale e quello postnatale è quindi molto seria, e va affrontata alla luce delle condizioni psicologiche della donna in stato interessante e delle sue convinzioni personali sul tema del diritto femminile di decidere liberamente quando e come essere mamma.

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