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Piccoli bulli crescono. Che fare se il bullo è tuo figlio?

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di Mara Martini il
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Visti i sempre più frequenti episodi di bullismo scolastico (in alcuni casi culminati disgraziatamente in tragedie) di cui la cronaca ci dà contezza, cresce fra i genitori la preoccupazione, se non addirittura il terrore, che il proprio figlio possa cadere vittima di atti persecutori ad opera di compagni violenti e aggressivi. E quasi mai si prende in considerazione la possibilità che proprio nostro figlio possa invece appartenere alla categoria dei cosiddetti “bulli” – situazione altrettanto grave e allarmante dell’avere un figlio vessato.

Con il termine bullismo, adattato dall’inglese bullying, si designa un insieme di condotte che potremmo sinteticamente definire: prevaricatorie, intimidatorie e oppressive. Perpetrate con sistematicità e reiterazione e in modo doloso (ossia, con la consapevolezza ed il preciso intento di ferire e danneggiare) da uno o più bambini o adolescenti nei confronti di uno o più coetanei, nell’ambito di una classe, di una scuola, di un gruppo sportivo, di un quartiere etc – insomma all’interno di un ambiente ristretto di “pari”.

 

Sia per quel che riguarda le vittime sia i carnefici,  il fenomeno interessa il genere maschile tanto quanto quello femminile, anche se la natura qualitativa dei comportamenti vessatori subiti ed agiti può variare parecchio in base al sesso e all’età dei soggetti coinvolti.

Vittime elette di tali atteggiamenti sono generalmente le persone individuate come gli anelli deboli di una comitiva, perché più miti, timidi, riservati, o più educati degli altri, o perché caratterizzati da qualche particolarità fisica o comportamentale che li rende in qualche modo “diversi” dal resto dei compagni (tipico è il caso dei ragazzini in sovrappeso, ma può essere bersaglio dei bulli anche il più bravo della classe).

 

La prevaricazione può assumere connotati assai diversi, abbracciando una gamma che va dagli atti di prepotenza e vera e propria violenza fisica (sottrazione, imbrattamento o distruzione di oggetti come la cartella ed i libri; spintoni, calci etc.…) agli attacchi psicologici, come: aggressioni verbali, minacce, prese in giro, emarginazione, isolamento, ridicolizzazione della vittima mediante la diffusione di racconti imbarazzanti che la riguardano (servendosi a tale scopo anche dei social network – si parla in questi casi di cyberbullismo).

 

Solitamente, con la crescita – e quindi con il passaggio dalle scuole elementari alle medie, e poi alle superiori – il bullismo tende vieppiù a “raffinarsi” diventando sempre meno fisico e muscolare, e ad orientarsi verso forme di vessazione psicologica, forse ancora più logorante e deleteria, per chi ne è colpito, delle aggressioni fisiche.

Allo stesso modo, il bullismo “in rosa”, quello praticato dalle bambine e dalle ragazze, è quasi sempre del tipo più sottile e subdolo, a volte occulto, celato dietro sorrisi ipocriti e buone maniere di facciata.

 

Cosa fare quando ci accorgiamo di avere un bullo in casa? Insomma, se scopriamo che, aldilà di ogni nostra aspettativa, il bullo è proprio nostro figlio? Come dobbiamo intervenire?

 

Dopo esserci ripresi dal comprensibile shock, dovremo pensare ad una strategia per arginare e contrastare la pericolosa deriva di aggressività del ragazzo, considerando che, più presto si interviene maggiori saranno le possibilità di successo a tirar fuori nostro figlio da questa spirale di odio e prepotenza.

In questi casi, occorre che i genitori siano duri e fermi nel condannare la condotta del figlio, ma l’inflizione di punizioni esageratamente severe non è consigliabile, anzi potrebbe addirittura risultare controproducente.

Diversi studi psicologici e sociologici hanno, infatti, messo in luce una correlazione fra aggressività infantile/adolescenziale in ambito scolastico e un’organizzazione familiare rigidamente gerarchica, dove il dialogo è assente e i figli subiscono spesso castighi di tipo corporale da parte dei genitori o dei fratelli maggiori. Anche se provare a tracciare un identikit socio-familiare del bullo si rivela il più delle volte inutile, dal momento che si tratta di un fenomeno trasversale e pressoché comune a tutte le fasce economiche e culturali.

 

Malgrado tutta la (legittima) riprovazione suscitata dal bullo, dunque, bisogna pensare che anche lui va “aiutato”. Aiutato a comprendere l’effettiva gravità delle azioni che compie.

  • –  Il piccolo bullo va anzitutto messo di fronte alle proprie responsabilità e alle conseguenze dei suoi comportamenti, bisogna che capisca il dolore provocato nella vittima, immedesimandosi in essa. Se, per caso, uno dei genitori si è trovato durante l’infanzia a subire le angherie di un bullo, descrivere in maniera realistica le sensazioni che si provano a “stare dall’altra parte” potrebbe essere una mossa efficace.
  • –  In secondo luogo, sarà necessario controllarne i movimenti e soprattutto le frequentazioni (quasi mai il bullo agisce da solo, anzi potremmo scoprire che magari nostro figlio si è lasciato trasportare da qualche compagno dalla personalità dominante) ed allontanarlo da quelle cattive.
  • –  Ancora, se l’aggressività caratteriale di nostro figlio è davvero difficile da gestire, può essere utile tentare di incanalarla e “nobilitarla” iscrivendolo ad un corso di karate o judo.

Infine, ove ogni tentativo della famiglia si dimostri insufficiente a correggere gli atteggiamenti del bullo, è necessario rivolgersi agli psicologi presenti negli istituti scolastici, che potranno intraprendere percorsi di riabilitazione relazionale ed emotiva del ragazzo, coinvolgendo anche compagni di classe ed insegnanti.

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