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Partorire con il gas esilarante: c’è davvero tanto da ridere?

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di Elisa Pessina il
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Sempre più ospedali in Italia stanno proponendo l’utilizzo del gas esilarante in sala parto come alternativa all’epidurale per gestire meglio il dolore. Come funziona questa innovativa tecnica anestetica?

 

Chi non vorrebbe partorire facendosi una bella sghignazzata, sentendosi inebriate da una sensazione di tranquillità e rilassatezza? Dopo tutto se ci sono donne che partoriscono affermando di provare dei veri e propri orgasmi, perché non credere alla possibilità di partorire ridendo e scherzando, come se ci si trovasse spaparanzate sulla battigia in riva al mare con un bel cocktail in mano a scrutare l’orizzonte, massaggiate perché no, da un baldo giovine?

Grazie al gas esilarante, più propriamente chiamato protossido d’azoto ora tutto ciò può avvenire. O quasi. Di cosa parliamo nello specifico? Di un gas che da pochi anni ha cominciato ad essere impiegato in alcune sale parto d’Italia (in Inghilterra, Usa e Australia, ad esempio è una pratica ormai ben collaudata) e che somministrato tramite inalazione durante il travaglio, consentirebbe di alleviare il dolore delle contrazioni ed affrontare il momento del parto con minore ansia, rilassatezza e anche euforia. Già perché il protossido d’azoto ha un lieve effetto euforizzante, ansiolitico e analgesico.

Scoperto da Joseph Priestley nel 1772, con il tempo molti altri studiosi si resero conto di come questo gas fosse in grado di attenuare considerevolmente la sensazione del dolore. Motivo per il quale entrò nell’uso medico come anestetico, specialmente in campo dentistico. Negli ultimi anni ha cominciato ad essere impiegato anche come alternativa all’epidurale: il protossido di azoto risulta certamente molto meno invasivo, permettendo anche una notevole possibilità di movimento, tale da poter essere adottato anche con il parto in acqua. In realtà, nella gestione del dolore è però meno efficace dell’epidurale. Ma come funziona nel dettaglio?

Il gas esilarante viene somministrato attraverso una mascherina collegata ad una bombola, contenente il 50% di protossido d’azoto e 50% ossigeno. Tale apparecchio è dotato di una valvola che può essere regolata dalla donna in fase di travaglio nel momento in cui lo desidera. L’aria espirata viene fatta poi fuoriuscire da una fessura collocata intorno alla mascherina e defluire attraverso il sistema di gas-evacuazione della sala, in modo che non vi sia alcuna dispersione nell’ambiente e contagio esilarante del personale sanitario.

Il gas, che può già essere somministrato nella fase dilatante, agisce sul sistema nervoso centrale delle partorienti, alleviando i centri del dolore grazie alla stimolazione nella produzione di endorfine. L’effetto è un po’ quello che si ha quando si ha alzato un po’ il gomito, tanto che anche per quanto riguarda gli effetti collaterali, si possono riscontrare episodi di nausea, vertigini o intontimento temporaneo. Nessun effetto invece sul bambino. La partoriente risulta comunque sempre vigile e partecipe durante tutto il travaglio, muovendosi senza alcun problema e mantenendo il controllo totale del proprio corpo. Trattandosi di un gas volatile, il suo effetto è piuttosto fugace, in quanto non viene metabolizzato ed eliminato in fretta. Ecco perché le inalazioni devono essere ripetute ad ogni contrazione e per tutta la durata del travaglio.
Gli ospedali italiani che usano come tecnica anestetica il gas esilarante sono: la Clinica Mangiagalli e l’Ospedale Buzzi a Milano, l’Ospedale Careggi di Firenze, l’Ospedale Sant’Andrea di Vercelli e l’Ospedale SS. Pietro e Paolo di Borgosesia, il Santo Spirito di Casale Monferrato, il Moriggia Pelascini di Gravedona e Uniti, gli ospedali di Castelfranco Veneto e Montebelluna e il Policlinico Umberto I a Roma.

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