Dal sesto al nono mese

Che cos’è il parto indotto, quando è necessario e quali sono i rischi

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di Stefania Roin il
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Ogni futura mamma attende con ansia e trepidazione il magico momento in cui, finalmente, vedrà il suo piccolino. Cosa accade, però, se la data del presunto giorno del parto è passata da un po’ e il bambino non si decide a nascere? In questi casi potrà essere necessario ricorrere al parto indotto!

Il parto indotto o induzione del parto è un iter medico, applicato sulle partorienti, il cui scopo è quello di sollecitare l’inizio delle contrazioni uterine, tipiche del travaglio, quando queste sono in ritardo. Detto in parole più semplici, il parto indotto consiste nella stimolazione, con metodi artificiali, del travaglio; vediamo nel dettaglio che cos’è il parto in dotto, quando è necessario e quali sono i rischi.

Le metodiche di induzione del parto prevedono essenzialmente l’utilizzo di due sostanze chimiche che sono le prostaglandine e l’ossitocina: le prime vengono applicate manualmente in vagina sotto forma di gel o di piccole striscette, in modo da far dilatare il collo dell’utero e da predisporlo al parto; questa pratica può essere ripetuta fino ad un massimo di 4 volte a distanza di non meno di sei ore l’una dall’altra, nel 90% dei casi il travaglio inizia dopo la seconda o la terza dose di gel; se dopo le dosi massime di prostaglandine il travaglio ancora non ha inizio, si procede con la somministrazione di una flebo di ossitocina sintetica per indurre le contrazioni, è bene sapere che con l’uso di ossitocina sintetica per il parto il travaglio risulta essere più doloroso.

Nella maggioranza dei casi si ricorre al parto indotto quando la data prevista per il parto sia stata superata di oltre due settimane oppure qualora la salute di gestante e nascituro siano in pericolo. In particolare il diabete o la preeclampsia spesso spingono i medici a indurre il parto qualche settimana prima della scadenza del termine per evitare che il bambino cresca troppo o che la mamma corra rischi. Altri casi in cui si può ritenere idoneo ricorrere al parto indotto sono una sofferenza fetale, anomalie del battito cardiaco o della placenta oppure la rottura naturale delle membrane in assenza di contrazioni.

Le tecniche utilizzate per indurre il parto sono diversificate, ma non prive di pericoli per la futura mamma e per il feto: il rischio più frequente è quello di incorrere nel cosiddetto “ipertono uterino“, ovvero il rischio che l’utero, stimolato artificialmente a modificarsi, rimanga contratto ostacolando l’ossigenazione del feto e aumentando, sebbene avvenga sporadicamente, il rischio di distacco della placenta.

Studi recenti condotti da scienziati della Duke Medicine e della University of Michigan ipotizzano, inoltre, un legame tra travaglio indotto e comparsa dell’autismo nel bambino, determinato proprio dagli interventi medici o farmacologici connessi a un parto indotto. Si tratta, tuttavia, di studi non ancora dimostrati.

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