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Mobbing: cos’è e come difendersi

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di Michela Gregoris il
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Mobbing: con questa parola si intende in generale un comportamento “violento” (soprattutto per mezzo di umiliazioni, vessazioni, insulti, emarginazione) da parte di un gruppo nei confronti di un suo elemento. E in particolare, questo termine ricorre spesso nel mondo del lavoro. Per quanto interessa il nostro ambito, scendendo ancor più nello specifico, si può riconoscere la categoria del cosiddetto mobbing da maternità: in questo caso il soggetto debole che subisce questo tipo di discriminazione è la donna in gravidanza o la donna che ritorna al lavoro dopo il periodo di maternità.

Come si manifesta?
A volte questa discriminazione di genere si ha quando la donna non solo sta ancora cercando lavoro, ma non è nemmeno incinta: già in sede di colloquio alcune donne si vedono porre domande riguardanti le loro intenzioni per il futuro (sposarsi, mettere su famiglia), domande personali che un datore di lavoro, o un addetto al colloquio, non ha nessun diritto di porvi, e alle quali non avete assolutamente il dovere di rispondere. Ancora peggio, basta l’età a rendere una donna un soggetto a rischio maternità, motivo sufficiente per preferirle un candidato maschio, indipendentemente dalle effettive competenze possedute. E tutto questo dà già un’indicazione su quale sia, purtroppo, la tendenza in ambiente lavorativo e l’atteggiamento nei confronti della maternità.

La gravidanza e l’essere mamma in alcuni (troppi!) ambienti lavorativi possono essere considerati indice di debolezza, di incapacità lavorativa o di impegno insufficiente. In genere la donna, se non può essere licenziata, inizia a essere messa da parte, i suoi compiti vengono ridimensionati, non le viene data la possibilità di operare secondo le proprie competenze e la propria professionalità, finendo per farle svolgere le mansioni più marginali. In contemporanea, le viene suggerito e chiesto di dimettersi, magari dietro piccole offerte di denaro. Ad aggravare la situazione, spesso ci sono i colleghi i quali, lungi dall’essere solidali, sfruttano l’occasione per poter migliorare la propria posizione mettendo in cattiva luce la vittima del mobbing.

Perché succede?
Il motivo di questa pratica così diffusa è abbastanza evidente: in Italia le strutture che sostengano la maternità sono poche, gli asili nido non bastano, gli orari di ufficio sono poco flessibili, caratteristica questa che non va d’accordo con l’imprevedibilità delle esigenze di un bambino e di una mamma. Le regole rigide di una vita lavorativa arenata in vecchi schemi non è di alcun aiuto, e spesso si preferisce un lavoratore ozioso che però si presenta in orario e se ne va per ultimo, piuttosto che una persona che lavori da casa ma con efficienza, magari recuperando anche nel fine settimana quello che ha perso negli altri giorni.

Che cosa fare se si è vittime di mobbing?
Innanzi tutto, conoscere bene quali sono i vostri diritti di mamme lavoratrici: in base all’art. 56 del TU a tutela della maternità, al rientro dal congedo le lavoratrici hanno diritto di conservare il posto di lavoro e di rientrare nella stessa unità produttiva ove erano occupate all’inizio del periodo di gravidanza o in un’altra ubicata nel medesimo comune, e di permanervi fino al compimento di un anno di età del bambino. Inoltre, riguardo alle mansioni, le lavoratrici hanno diritto di essere adibite alle mansioni da ultimo svolte o a mansioni equivalenti.
Pertanto, almeno fino all’anno del bambino, una lavoratrice mamma non è affatto obbligata ad accettare un declassamento, né l’eventuale richiesta di licenziamento.

Se però la situazione è molto grave e prolungata nel tempo, occorre fare di più. Purtroppo è molto difficile dimostrare di essere vittime di mobbing, e questo contribuisce a far passare sotto silenzio una pratica avvilente e umiliante, magari per evitare una ulteriore umiliazione. Si può parlare effettivamente di mobbing quando la pratica di atteggiamenti molesti producano danneggiamenti plurioffensivi, danneggiando in modo concreto e anche pesante la vita, la salute, la psiche della vittima. Il comportamento deve avere inoltre una durata di più di 6 mesi e deve essere finalizzato all’espulsione della lavoratrice dall’ambiente lavorativo.

In Italia però il mobbing non è considerato specifico reato a sé stante, mentre gli atti di mobbing possono rientrare in altre categorie di reato previste dal codice penale. Quindi la cosa essenziale da fare è reagire: sono molte le donne che, a suon di vessazioni, finiscono per sentirsi davvero colpevoli, preferiscono non fare nulla e accettare di dare le dimissioni. Il consiglio, invece, è quello di far valere i propri diritti: rivolgersi a un avvocato innanzi tutto, e parlare del problema con chiunque possa essere d’aiuto. Rivolgersi a gruppi e associazioni di sostegno è importante per trovare soluzioni e per dare una forma al problema, per sentirsi sostenute e capite e non cadere nella trappola e cedere, cosa che avviene molto facilmente quando si è sole e ci si sente impotenti.

 

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