Fecondazione Assistita

Madri single e fecondazione assistita

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di Carla Pistone il
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La legge italiana vieta l’accesso alla fecondazione assistita alle donne single. Ma davvero non è possibile essere mamme da sole?

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L’articolo 5 della legge n. 40/2004 che regola la procreazione assistita nell’ordinamento italiano, nell’individuare le categorie che hanno accesso a queste tecniche non fa menzione delle donne single. La ratio di questa norma risiederebbe nel riconoscimento dell’essenzialità e necessità della doppia figura genitoriale e comunque della figura paterna, al punto da non poterla escludere in alcun modo dal procedimento della procreazione assistita.

Secondo questa impostazione, il figlio che verrà ha diritto a un’esperienza familiare piena e completa, un diritto che deve prevalere sulla semplice, benché legittima, aspirazione di una donna a diventare madre. In altri termini – scrive Francesco D’Agostino, attuale presidente onorario del Comitato Nazionale per la Bioeticameglio sacrificare il desiderio di genitorialità di una donna sterile, che può trovare compensazione in molte altre forme di impegno a favore dell’infanzia, che porre un bambino al rischio di gravi e forse insanabili scompensi socio-psicologici.

Ma le cose stanno davvero così?

Le donne single hanno accesso alla fecondazione assistita – con alcune limitazioni – in Belgio, Danimarca, Finlandia, Gran Bretagna, Grecia, Spagna  e Olanda, mentre dati recenti provano che il numero di madri single che in Europa ricorrono a trattamenti di procreazione medicalmente assistita è in continuo aumento.

Il ragionamento alla base di normative più tolleranti nei confronti delle donne single è che nonostante la riproduzione naturale richieda l’unione di un gamete maschile e di uno femminile, il desiderio di procreare non può limitarsi a ragioni di carattere strettamente biologico, ma dovrebbe tenere nel debito conto questioni di identità personale, di orientamento sessuale o di un particolare stato civile, quello di single, che non sembra ragionevole doversi cambiare per soddisfare l’aspirazione ad avere figli.

Così, donne di età generalmente compresa tra i 34 e i 42 anni e con un lavoro stabile – questo il profilo medio della madre single europea – optano per la fecondazione assistita secondo metodi che dipendono dalla loro situazione soggettiva: se infatti le donne fertili scelgono l’inseminazione artificiale, molte altre optano per tecniche diverse di procreazione assistita come la riproduzione in vitro, anche a causa della generale tendenza a procrastinare nel tempo la decisione di avere un figlio.

Maternità single, e poi?

Quello che viene dopo, ormai, non dovrebbe più essere un mistero. Molte donne crescono i loro figli da sole – dopo averli generati in maniera “convenzionale” – a causa di un divorzio o della vedovanza, oppure – caso non infrequente – perché il loro partner le ha allontanate una volta saputo della loro gravidanza. Queste madri coraggiose sanno tessere intorno a loro reti di relazioni in grado di sostenerle nel difficile compito di allevare un bambino, avvalendosi di nonni, educatori e amiche fidate. È lecito chiedersi cosa cambi veramente quando una donna sola decide di avere figli, a parte la differenza che alcuni fanno notare tra la procreazione come atto doppiamente genitoriale o come atto, quello di una donna single, che si vorrebbe far passare come meramente riproduttivo.

In effetti anche chiedersi quale sia lo spazio morale in cui collocare la scelta di una maternità solitaria è legittimo e doveroso, e certo non esistono risposte semplici e univoche, valide per tutti; ci sono piuttosto molti interrogativi con cui fare i conti e che impongono di volta in volta una scelta fra libertà procreativa e interesse del bambino, fra religione ed etica laica. Ammesso che queste categorie debbano per forza essere discordanti.

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