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Intelligenti si nasce o…? Le ultime dalla scienza

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di Mara Martini il
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Intelligenti si nasce o… si diventa? L’intelligenza sta scritta nel DNA oppure è il prodotto dell’ambiente in cui si cresce, dell’educazione e delle esperienze di vita?

La questione è annosa e… destinata a rimanere insoluta ancora per molto tempo! Innanzitutto, perché non è possibile dare una definizione chiara e univoca del concetto di intelligenza, e poi perché, anche di fronte a persone considerate “oggettivamente” intelligenti, non si può capire fino a che punto le loro doti siano innate oppure acquisite.

In generale, le teorie oggi più fondate tendono a riconoscere un peso concorrente ai fattori genetici e ambientali nella determinazione delle capacità cognitive, sebbene non sappiano dire quale percentuale di importanza rivestano rispettivamente gli uni e gli altri. Tuttavia, la scienza non smette di interrogarsi in merito e continua a scoprire dettagli molto interessanti sull’origine e sulle variabili che contribuiscono a determinare la funzionalità e la brillantezza delle facoltà mentali di ciascuno.

Ad esempio, poco tempo fa i ricercatori del King’s College di Londra hanno isolato per la prima volta quello che è stato immediatamente ribattezzato come il gene dell’intelligenza’, ossia una porzione di codice genetico che collega lo spessore della corteccia cerebrale alle aree del cervello che ospitano le diverse abilità cognitive. Lo studio ha coinvolto 1.583 14enni sani, mettendone a confronto: campioni di DNA, risonanze magnetiche e test per la determinazione del Q.I.; ed ha rilevato che i ragazzini intellettualmente meno prestanti mostravano una ridotta funzionalità proprio del gene che determina lo spessore corticale. La scoperta potrebbe avere utilissime applicazioni nella diagnosi e cura delle disabilità cognitive, ma gli stessi scienziati che hanno condotto lo studio invitano alla cautela, ribadendo, appunto, che: l’intelligenza è in realtà un dato complesso che “dipende da una molteplicità di variabili sia genetiche che ambientali”.

Sul fronte, invece, dell’intelligenza per così dire acquisita’, un esperimento condotto dalla Stanford University ha concluso che i bambini che ascoltano i genitori fin dalla culla hanno buone probabilità di riuscire a parlare più precocemente e con maggiore scioltezza dei loro coetanei, di riconoscere le immagini più velocemente e, in generale, di essere più pronti e di conseguire risultati scolastici migliori quando inizieranno le elementari. Visto che tentar non nuoce, allora potremmo iniziare a raccontare favole ai nostri figli anche quando non sono ancora in grado di comprenderle.

Infine, una news dell’ultim’ora viene dalla Washington University, dove sostengono che l’evoluzione cerebrale che trasformò la scimmia in uomo sarebbe dovuta… al mangiare insetti – o meglio, al ricercare insetti per nutrirsi. Il fatto che questi piccoli animali – a differenza della classica selvaggina – fossero molto più difficili da individuare, avrebbe infatti aguzzato l’ingegno dei nostri progenitori facendoli giungere fino all’Homo Sapiens Sapiens. Magari è così, ma evitiamo di organizzare “cacce al bruco” per sfamare i nostri pargoli: in fondo, chi ha detto che debbano per forza diventare degli Einstein?!!!

 

 

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