Fecondazione Assistita

Infertilità: una malattia sociale?

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di Laura Pandolfi il
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La medicina moderna sa quanto sia stretta la relazione tra il versante fisico e quello psicologico rispetto al nostro benessere. Quando si è cominciato a discutere sulla procreazione assistita si è molto presto finiti a ragionare su quale sia la natura dell’infertilità, se si possa o meno definirla malattia in senso stretto o se piuttosto essa non sia semplicemente una condizione capace di far soffrire le persone, ma non meritevole di essere inserita tra gli argomenti di cui la medicina si deve far carico ed in particolare la medicina pubblica.

Couple sitting by lake

Ma ad oggi come viene guardata o affrontata l’infertilità dalla società?

Diverse analisi in tutta Italia hanno mostrato che il maggior numero di cicli di terapia di fecondazione assistita interessa donne in età compresa tra i 33 e 34 anni, mentre i rispettivi partner maschili sono in media maggiori di cinque anni. Solitamente il desiderio di gravidanza e quindi la richiesta di terapie, raggiunge l’acme dopo circa due anni di rapporti liberi da protezione, per poi decrescere nei successivi tre. Dallo studio dei cicli emergono quali cause d’infertilità le patologie femminili nel 41% dei casi, le maschili nel 31% e patologie di coppia nel 18%. Si rileva che l’infertilità interessa oggi circa il 20% della popolazione o una coppia su sei secondo altre fonti.

L’infertilità può essere considerata una malattia sociale perché connotata da un alto carico emotivo che coinvolge tanto i pazienti quanto i medici. 

L’infertilità o la sterilità assume particolare importanza dal punto di vista sociale perché attiva e modifica relazioni inter-umane, processi di auto-giudizio, rapporti familiari e sociali, fino a provocare cambiamenti disfunzionali studiati ampiamente in ambito comportamentale, relazionale e psicologico.

La sterilità è sempre stata considerata un problema in tutte le culture e in ogni epoca storica, ed è stata affrontata in tempi e luoghi differenti con gli strumenti che ogni determinato contesto sociale e culturale ha reso disponibili.

Ma possiamo anche dire che oggi la società non è più basata sulla famiglia intesa in senso tradizionale.  Essa guarda alla coppia senza figli come a una modalità regolare di vita a prescindere dal fatto che l’assenza di figli sia scelta o subita. Si può ipotizzare quindi che il senso di colpa e di inadeguatezza che il soggetto non fertile vive nei confronti della società, date le dimensioni del fenomeno, si stia gradualmente ridimensionando.

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