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Figli e sport: qual è l’atteggiamento giusto per un genitore?

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di Mara Martini il
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Sono infiniti i benefici che lo sport è in grado di produrre sullo sviluppo  psico-fisico di un bambino o di un ragazzo.

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Da un punto di vista psicologico e comportamentale, il rispetto delle regole e l’assunzione di responsabilità, il controllo dell’aggressività, l’aumento della concentrazione e l’accettazione delle sconfitte sono solo alcune delle preziose “lezioni” che i nostri figli potranno apprendere dalla pratica di una disciplina sportiva.

Le attività di squadra, poi – oltre ad accrescere e migliorare le capacità personali dei fanciulli – insegnano loro a socializzare in un contesto paritetico e a cooperare per il raggiungimento di un obiettivo comune, anteponendo l’interesse del gruppo a quello del singolo.

E poi, ci sono gli innumerevoli effetti positivi che i vari sport esplicano sulla salute del corpo.

 

Insomma, è davvero una buona cosa che dai 5 anni in poi, oltre allo studio delle materie scolastiche, un bambino dedichi parte dei suoi pomeriggi anche ad una qualche attività fisica.

È anche vero, però, che alcuni piccoli fanno fatica a gestire insieme allenamenti sportivi e compiti di Italiano e Matematica, o semplicemente non mostrano la benché minima attrazione verso alcuna disciplina sportiva. In questo caso, i genitori possono provare a proporre ai figli un elenco di attività che siano più facilmente compatibili con i loro impegni e inclinazioni, mostrandogliene i vantaggi, e magari invogliarli a sperimentarle facendoli assistere a qualche allenamento o a delle gare in tv. Fatto ciò, non bisogna, però, né forzare i bambini a fare sport, né tantomeno scegliere quale: l’ultima parola spetta comunque a loro. Se, purtroppo, nostro figlio si rifiuta irremovibilmente di seguire una disciplina sportiva, non è il caso di insistere troppo; potrà semmai risultare più opportuno provare a riparlargliene fra qualche tempo.

Quando, invece, il piccolo avrà scelto il “suosport e vi si dedicherà con piacere e con costanza, mamma e papà dovrebbero cercare di mostrare interesse senza però intromettersi più del dovuto in questa sfera della vita del figlio. E soprattutto, non fargli pressione perché consegua risultati eccellenti: bisogna ricordare, infatti, che a questa età lo sport rappresenta soprattutto un’occasione di svago e sfogo delle energie, e non una gara, un agone.

È proprio la componente ludica, infatti, a rendere lo sport così efficace e salutare per il benessere di mente e fisico; senza contare, poi, che gli specialisti sono pressoché concordi nello sconsigliare la pratica dell’attività agonistica prima dei 10 – 12 anni.

Altro comportamento da evitare, specie nel caso in cui nostro figlio abbia scelto di dedicarsi ad un’attività di squadra, è quello di interferire con le decisioni dell’allenatore, criticarlo o sminuirne l’autorità in presenza del bambino: un atteggiamento del genere finirebbe per creare confusione e imbarazzi nel piccolo oltre a rischiare di metterlo “in cattiva luce” con mister e compagni.

 

se a un certo punto, dice che vuole mollare’? Anche in questo caso, il ruolo dei genitori diventa fondamentale. Occorre che essi si confrontino con il bambino in un dialogo sereno, per cercare di capirne le reali motivazioni: se davvero il piccolo non è più interessato al tipo di attività in sé, oppure questa sta diventando troppo pesante da conciliare con gli impegni scolastici. Se ha scoperto di preferire un altro sport, o ancora se il suo disagio è riconducibile a fattori “ambientali” – come, ad esempio, un cattivo rapporto con i compagni di allenamenti…

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