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Le Favole di Greta

C’era una volta...
un desiderio grande grande di
raccontare Favole ai bambini

Farida sogna stando ferma

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di Greta Pizzamiglio il
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Farida nacque in un paese senza risorse, e il villaggio nel quale abitava aveva case fatte solo di pietre e argilla.

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L’acqua corrente non c’era, bisognava recarsi a piedi al fiume per prenderla, anche se non era acqua limpida e pulita. Ma serviva a vivere: per bere, per cucinare e anche per lavarsi.

Farida era la più grande di 9 figli, tra fratelli e sorelle, e aveva fatto loro un po’ da mamma, perché sua madre era solita occuparsi dei più piccoli, lasciando a lei il compito di seguire i fratelli più grandi. Farida non aveva potuto frequentare la scuola, proprio per poter dare una mano alla mamma con gli altri figli e nelle faccende di casa, ma in segreto coltivava la speranza di andare via, scappare da quel villaggio, che era diventato una prigione, un ladro della sua vita e dei suoi sogni, per poter studiare, conoscere e esplorare il mondo. Ogni tanto vicino a casa sua arrivavano dei reporter, per documentare la situazione dei civili, in quel paese colpito dalla guerra, e lei rimaneva affascinata e disgustata contemporaneamente: avrebbe voluto essere al loro posto, per poter viaggiare da un capo all’altro del mondo, ma non capiva come mai quei signori venissero in un posto così brutto e fatiscente, quando avrebbero potuto andare a lavorare in tanti posti belli. Crescendo i suoi fratelli e le sue sorelle iniziarono a sposarsi, e fare dei figli propri, e Farida, che conservava la speranza di scappare, non voleva legarsi a nessuno del suo paese, o non avrebbe più potuto lasciare quella terra. Un giorno, arrivarono al villaggio un gruppo di fotografi, giornalisti e cameraman per fare un documentario proprio sull’acqua, quel bene prezioso che li mancava, quell’acqua inquinata del fiume, che dovevano bere, e causava infezioni perché la stessa che raccoglieva, quasi come fosse una fogna, gli escrementi della gente che viveva lì e i rifiuti che producevano.

Farida fece amicizia con un giornalista, di una trentina d’anni, poco più grande di lei. Era inglese, chiaro di carnagione, e biondino, diverso da lei, piuttosto ambrata e con occhi e capelli scuri. David passava da Farida tutti i giorni, chiacchierava con lei, le chiedeva di raccontargli storie su storie. Tra una storia e un aneddoto Farida gli confidò di voler andare lontana dal villaggio, vedere altri posti. David andò li tutti i giorni, per un anno, le insegnò a leggere e a scrivere, e Farida s’innamorò di lui, che ogni tanto le faceva capire che prima o poi l’avrebbe portata via. E così accadde. Un giorno David andò da lei, le disse di salutare la sua famiglia, i suoi genitori, i suoi fratelli e le sue sorelle, i nipotini, che da lì a pochi giorni sarebbe passato a prenderla per poi partire. Così Farida andò dal padre e gli disse “padre, vorrei sposarmi con uno straniero e andare via da qui, dove la vita è troppo difficile”. Lui guardò la figlia, commosso e frastornato e le disse “Inshallah Farida, hai la mia benedizione, non dimenticarti delle difficoltà del tuo popolo, che combatte ogni giorno per sopravvivere”. La strinse un poco, andò a parlare con la moglie, che corse dalla figlia in un fiume di lacrime, abbracciandola e baciandola in continuazione; poi ci fu il turno dei fratelli e dei nipotini. Con tutte quelle lacrime avrebbero potuto abbeverare l’intero villaggio per un anno, e anche Farida ne versò parecchie. David arrivò, a bordo di un jeep, per prendere Farida e portarla con se: tutta la numerosa famiglia di Farida si era radunata fuori dalla loro casetta d’argilla decadente, tutti con le mani ad asciugarsi le lacrime e pulirsi con i polsi il naso. I nipotini iniziarono a correre dietro alla jeep, urlando alla zia che sarebbe mancata a tutti, di tornare presto. Fu in quel momento che Farida, nonostante fosse innamorata di David, e volenterosa di costruirsi una vita facile altrove, capì quanto fosse importante per la sua famiglia e quanto andandosene non avrebbe potuto lottare e costruire qualcosa di migliore, in quel posto che era la culla della sua vita. Chiese a David di fermarsi e corse via, tornando a casa.

Iniziò ad apprezzare il fatto di non avere niente, ma di essere circondata dalle persone che amava. Non smise mai di sognare di poter vedere se stessa e la gente del suo villaggio con qualcosa in più, ma a differenza di prima si impegnò, coinvolgendo altre persone, per migliorare le cose. Dei ragazzi, tra cui due dei suoi fratelli e uno dei suoi nipoti, iniziarono a costruire di piccoli bagni in muratura, nei quali vi erano buchi profondi come pozzi, per sanare l’acqua del fiume. Trovarono un posto poco distante dal villaggio, nel quale buttare i rifiuti, caricandoli settimanalmente su dei calessi trainati dagli asini, e anche l’aria divenne più pulita e sparì il cattivo odore tra le case. Nonostante tutto, pensava a David ogni giorno, e spesso si domandava se quella scelta fosse stata la più giusta per se stessa, ma poi cercava di dimenticarsi dei suoi stessi pensieri. Un giorno, due anni dopo la partenza di David, Farida si vide recapitare un libro scritto proprio da David. Lo lesse e vide che le sue storie e quelle dei suoi famigliari erano state usate per fare soldi; poco si parlava dei problemi del villaggio, come l’acqua, le case, la mancanza di lavoro, gli inverni gelidi che si portavano via molti bambini e anziani, troppo scoperti per poter resistere, ma tanto c’era di cose sue, personali. Si vergognò talmente tanto, che da quel giorno in avanti non pensò più di aver sbagliato, e decise addirittura di sposarsi. Ebbe due figli, e cercò di mandarli a scuola, sperando che un giorno, il sole avrebbe baciato anche la sua terra, e i suoi bambini, così da garantire loro un futuro migliore, vicino alla loro famiglia, se lo avessero desiderato.

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