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È un bimbo solo

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di Mara Martini il
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Può capitare, soprattutto ai figli unici, di trovarsi a convivere quotidianamente con un senso di solitudine, anche passata l’età prescolare. Sensazione che si accentua nei momenti di “vuoto” dagli impegni, cioè quando si è a casa da scuola e si è finito di svolgere i compiti, oppure durante i periodi di vacanza, specie nei lunghi mesi estivi.

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Se è vero che esiste nell’infanzia una solitudine positiva e costruttiva, dove i piccoli inventano nuovi giochi, esercitano la fantasia e in pratica sviluppano la loro personalità, è innegabile d’altro canto che è connaturato all’essere umano – per piccolo che sia – un desiderio istintivo verso lo stare insieme, che se frustrato può dare luogo a noia e malinconia.

 

La solitudine del bambino può essere imputata tanto all’impossibilità fattuale e logistica di incontrare suoi “simili”, quanto ad un carattere timido, chiuso ed introverso dello stesso bambino.

Relativamente al primo tipo di problema, è compito dei genitori – per quanto possibile – cercare di creare per il proprio figlio occasioni di incontro con altri bambini, accompagnandolo alle festicciole e alle merende a casa dei compagni (oppure organizzandone qualcuna in casa propria), o invitandolo a frequentare un corso sportivo.

Nel secondo caso, la situazione è più complessa. Quando l’ostacolo alla compagnia è rappresentato da una timidezza eccessiva, che porta il bambino a ripiegarsi su se stesso e a preferire i solitari videogiochi a ressose – e spesso rissose! – partite di pallavolo e di calcetto, i genitori dovrebbero sì incoraggiare il piccolo ad aprirsi al mondo esterno, ma con dolcezza e senza mai forzarlo! Gettare un bambino molto introverso nella mischia di una festa potrebbe infatti risultare controproducente. Più opportuno sarebbe facilitare approcci sociali con uno o due altri coetanei per volta, almeno all’inizio.

 

Come dicevamo, il bimbo solo è sovente un figlio unico. (Ma non sempre) Coloro che per una serie svariata di ragioni, si trovano a crescere senza fratelli o sorelle, potranno forse incontrare qualche difficoltà in più a legare con i coetanei. Ciò è dovuto alla minore adattabilità sociale di un bimbo abituato a non condividere gli spazi con nessuno e, soprattutto, alla poca conoscenza dei suoi “pari”. Fino ad una certa età, infatti, il figlio unico si confronta solo con i genitori e i parenti o altri adulti a questi assimilabili, in una relazione esclusivamente verticale. E può succedere che anche quando tali condizioni cambiano, quando cioè il bambino avrà fatto il suo “ingresso in società” – all’asilo o al più tardi alla scuola elementare – egli continui a scontare quella sorta di gap iniziale.

Una situazione analoga si riscontra nei bimbi che hanno fratelli molto più grandi o molto più piccoli di loro; o ancora, in quelli che vivono in uno stato di isolamento geografico, ad esempio in aperta campagna.

 

In ogni caso, i genitori non devono crucciarsi troppo o colpevolizzarsi della solitudine del proprio figlio, qualunque ne sia la causa. Né tantomeno, colpevolizzare o rimproverare il piccolo!

Dovrebbero piuttosto cercare di favorirne la socializzazione con le modalità opportune, e ricordare che nella maggior parte dei casi si tratta di una condizione temporanea destinata ad evolvere con la crescita verso la naturale (maggiore o minore) socievolezza umana.

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