Bimbo

Aiuta tuo figlio a parlare bene sin da piccolo

Foto del Profilo
di Mara Martini il
Commenti (0)

Verso la fine del primo mese, il neonato comincia a sperimentare l’espressione verbale con agglomerati di consonanti (nghè) o prolungamenti di vocali (aaaaa, uuuuu ), che gli ricordano il dolce suono della voce della mamma.

A partire dai 67 mesi – il periodo della cosiddetta “lallazione” – il maggior interesse verso il mondo circostante lo porta a tentare di pronunciare nomi di oggetti, e a cercare di manifestare i propri bisogni, mediante la duplicazione di sillabe (di solito le iniziali delle parole che sente ripetere più spesso) come da-da o ma-ma. Poco più tardi arriva la pronuncia delle fatidiche parole: mamma e papà.

Durante la primissima infanzia, è naturale – e  irresistibile – comunicare con il bambino nella sua stessa lingua, leziosa e infantile, il bambinese’, fatta di onomatopee e paroline storpiate. Specie le madri, poi, nei loro momenti “esclusivi” con il piccolo – come il bagnetto, l’allattamento o l’addormentamento – tendono ad utilizzare un vocabolario e un tono particolarmente teneri e rassicuranti, che aiutano a rafforzare l’attaccamento.

E’ bene però che già dal compimento dei 2 anni e mezzo, quando il vocabolario del bebè inizia ad arricchirisi fino a contenere, secondo gli esperti, una media di ca. 400 parole, i grandi si sforzino di usare termini e pronunce il più possibile corretti per indicare le cose. E’ lui che deve imparare a parlare imitando il nostro gergo, non viceversa. Si potrà cominciare per esempio a sostituire il “bambinese” pappa con i più “seri” cibo, pranzo, merenda; a trasformare la ninna in sonno o riposo e così via. Anche rispettare la sintassi è importante, seppure ad un livello elementare.

E’ inoltre consigliabile scandire e sillabare bene le parole, ripetendole più volte, per favorire un appredimento più rapido. Per correggerlo quando confonde una parola con un’altra, o la pronuncia in maniera inesatta, non c’è bisogno di dire “hai  sbagliato” oppure “non si dice così, ma così”, ma sarà sufficiente semplicemente ripetere l’espressione nella forma corretta: lui capirà. Gradualmente si tenterà di ampliare le sue frasi essenziali composte da soggetto, predicato e complemento oggetto, con aggettivi ed avverbi; e piano piano lo si aiuterà a sostituire la terza persona che usa per parlare di se stesso (ex.: Marco ha fame) con l’‘Io. Gli stessi consigli valgono quando nostro figlio frequenti un asilo-nido o sia accudito da una baby-sitter, anche se in questi casi il processo di sviluppo e autonomizzazione del linguaggio risulta solitamente più veloce.

Discorso a parte va fatto nel caso in cui vi sia un ritardo del linguaggio, situazione che spesso allarma i genitori, ma che quasi mai è la spia di disturbi seri.

Premesso che ogni bambino ha tempi propri per apprendere e sviluppare le diverse abilità, un eventuale ritardo nel parlare può essere dovuto a una stimolazione insufficiente o al contrario eccessiva, che causa nel bambino una sorta di ribellione, o più banalmente… ad una forma di pigrizia. Se, nonostante la scarsa loquacità, il bimbo mostra di capire gran parte di quello che gli si dice (e si escludono impedimenti di natura “fisica” allo sviluppo della parola), sarà opportuno cercare di non esaudire all’istante ogni sua richiesta espressa con i gesti, ma, per esempio, aspettare che compia lo sforzo di chiamare gli oggetti per nome prima di porgerglieli.

Loading...
Bio
Ultimi Post
Foto del Profilo
Hai trovato utile questo articolo?
VOTA

Commenti

commenti