Gravidanza

A cosa serve l’acido folico quando si vuole una gravidanza?

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di Mara Martini il
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L’acido folico, o vitamina B9 o folacina, è una vitamina idrosolubile del gruppo B, che svolge un ruolo fondamentale nei processi di divisione cellulare, di sintesi e riparazione del DNA e nel metabolismo delle proteine, fra le quali l’emoglobina – tant’è che il sintomo più evidente di una sua carenza è proprio lo sviluppo di una forma di anemia (la megaloblastica). Dal momento che gli organismi umani non sono in grado di sintetizzarla in maniera autonoma, l’unica loro fonte di approvvigionamento è rappresentata  dall’alimentazione, che, se varia e bilanciata, dovrebbe apportare una dose giornaliera di acido folico pari a circa 0,2 mg.

acido-folico

Durante la gravidanza, il fabbisogno di folacina è naturalmente destinato ad aumentare a causa dell’assorbimento da parte del feto della propria razione giornaliera, e – come detto – dell’incapacità della madre di autoprodurre tale sostanza. Oltre a ciò, la necessità di assumere acido folico quando si è incinte dipende dalla stretta correlazione, osservata da numerosi studi ormai più che accreditati, fra una carenza di vitamina B9 della madre e l’incidenza di malformazioni congenite a carico del sistema nervoso centrale del figlio – segnatamente del tubo neurale. Il tubo neurale è la struttura embrionale dalla quale derivano il cranio, il cervello, la colonna vertebrale e il midollo spinale; un difetto nel suo sviluppo può portare quindi a temibilissime conseguenze quali: anencefalia, cefalocele o la più ricorrente spina bifida. In particolare l’anencefalia, ossia la mancata “costruzione” della scatola cranica e dei tessuti cerebrali, è evidentemente una condizione incompatibile con la vita, e determina aborti spontanei o comunque la morte del neonato. Mentre sul cefalocele (caratterizzato dall’estroflessione dalla volta cranica di parte delle meningi o delle stesso cervello) e sulla spina bifida (consistente in un difetto di saldatura delle vertebre, dalle quali possono fuoriuscire nervi, meningi e midollo spinale) è spesso possibile intervenire chirurgicamente al momento della nascita, seppur con risultati non sempre soddisfacenti e con un alto rischio che permangano deficit intellettivi e/o motori.

Siccome in condizioni fisiologiche il tubo neurale si chiude durante i primi 30 giorni di vita del feto – prevalentemente fra il 20esimo e il 30esimo giorno, in un momento in cui spesso non si è avuta ancora contezza dello stato di gravidanza – si comprende quanto sia importante per la donna mantenere livelli adeguati di acido folico nel sangue già prima del concepimento, quando cioè comincia a programmare di avere un bambino. Molti medici anzi raccomandano un’assunzione supplementare di acido folico a tutte le donne in età fertile e sessualmente attive che non adottano mezzi contraccettivi ragionevolmente efficaci (preservativo, contraccettivo ormonale, spirale).

Per quanto riguarda le fonti di vitamina B9 e le modalità di assunzione, queste possono essere di tipo alimentare oppure farmacologico.  Più esattamente, i cibi dai quali possiamo trarre maggiori quantità di acido folico sono in primis le verdure a foglia verde (alle quali appunto questa vitamina deve il suo nome – dal latino folium), come ad esempio lattuga, broccoli e spinaci; seguite da frattaglie animali (fegato, reni), legumi e uova. Tuttavia, non sempre il consumo di tali alimenti, soprattutto dei vegetali,  è sufficiente a garantire un introito corretto di questa sostanza. Ciò è dovuto a diversi fattori, fra cui: gli effetti deleteri della cottura, specie se questa avviene per bollitura in abbondante acqua (la vitamina B9 è infatti termolabile ed idrosolubile); le odierne tecniche di coltura che tendono a depauperare i terreni; eventuali difficoltà di assimilazione intestinale della madre… Per questo motivo la comunità scientifica – che ha fissato in 0,4 mg la RDA (razione giornaliera raccomandata) per le donne incinte fino a 3 mesi e per le aspiranti mamme a partire da almeno 1 mese prima dell’ipotetico concepimento – ritiene preferibile la somministrazione di B9 attraverso specialità medicinali o integratori dietoterapici. Le prime, dispensate dal SSN, si trovano spesso dosate in misura esatta di 0,4 mg per capsula o compressa od altra unità posologica; gli altri invece prevedono solitamente dosaggi inferiori e quindi necessitano di assunzioni ripetute nell’arco della giornata.

Cosa succede se alla razione di 0,4 mg incamerata con i farmaci o gli integratori si somma un considerevole apporto di acido folico da cibo? Gli esperti sono concordi nel ritenere che un eventuale “sovradosaggio” non comporti particolari rischi per madre e nascituro, se non il pericolo, piuttosto remoto per la verità, di “camuffare” un concomitante deficit di vitamina B12, e quindi la possibile presenza di una anemia perniciosa. L’inconveniente sembra essere tuttavia abbastanza raro poiché – a parte il fatto che la carenza di vitamina b12 si riscontra più frequentemente nei bambini e nei soggetti anziani – sarebbe comunque necessario assumere una dose di acido folico molto massiccia (superiore ad 1 mg/die), perché questa possa mascherare una vitamina B12 insufficiente. Inoltre, un eventuale stato carenziale di B12 e l’esistenza di anemie in genere, è oggi facilmente individuabile mediante esami del sangue specifici. In tal caso, per evitare qualsiasi problema, basterà aumentare proporzionalmente anche le dosi di vitamina B12.

Affidiamoci, pertanto, senza timori all’integrazione chimica delle preziose vitamine. Il nostro bimbo ci ringrazierà!

 

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