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Le Favole di Greta

C’era una volta...
un desiderio grande grande di
raccontare Favole ai bambini

Umbertino lo scultore di sogni

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di Greta Pizzamiglio il
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Napoli è una città fatta di ritmi tutti suoi, rallentati, ma rapidi.

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Anche la lingua napoletana ricorda una melodia antica, eppure veloce, come il rumore delle macchine che sfilano sulle sue strade. L’aria, a Napoli, si respira dagli sguardi densi dei suoi abitanti. Dagli sguardi come quello di Umberto. Un bambino alto per la sua età, non troppo bello, ma con due occhi scuri e profondi come i pozzi, che non sai mai quando finisce il loro abisso fino a che non ci cadi dentro.

Era un bambino simpatico, ma troppo spesso solo. Non perché gli altri bambini lo evitassero, diciamo piuttosto che era lui a evitarli, specialmente quando finivano le lezioni a scuola, Umberto, imbracciava i sui libri e correva fuori salutando con fare impacciato – “Addo vai lòngu lungòni?” gli urlavano i compagni. Ma Umberto correva forte, doveva tornare a casa e dire a mammà che avrebbe studiato di qui o di lì da qualche amico, mentre invece sarebbe andato nel suo posto segreto.

I suoi genitori non sognavano un futuro per lui, semplicemente non vedevano l’ora che finisse le scuole dell’obbligo perché serviva che lavorasse con il padre. Umberto era ‘lacreme e surrise e mammà’ : nonostante aiutasse spesso, con il lavoro, i genitori, coltivava di nascosto una profonda passione per l’arte, che lo portava a scappare e tornare spesso tardi a casa, mettendo in ansia la madre, che non capiva mai dove fosse a studiare, e soprattutto cosa ci trovasse nello studio. Ma ogni volta in cui poi lo vedeva sbucare di corsa, tra il buio del viottolo e i panni stesi diceva a se stessa “Lascialo stare, è ancora piccolo per lavorare”.

Quando scappava, impiegava un’ora per arrivare fino a Capodimonte, un luogo tranquillo, dove un maestro gli dava la possibilità di guardarlo lavorare la ceramica. Per arrivare da lui Umberto doveva attraversare un bosco, quello del parco di Capodimonte, fatto di valloni attraversati da piccoli corsi d’acqua, che grazie alle sue lunghe gambe poteva saltare agevolmente, fino a raggiungere la cava, dove lavorava, in totale quiete, lontano dal chiasso di Napoli, quello che lui chiamava ‘il maestro’.

Umberto in poco tempo imparò a lavorare la porcellana, e anche bene, tanto che nella sua testa si faceva sempre più largo l’idea di frequentare una scuola d’arte vera e propria. Ogni volta in cui da Capodimonte correva verso casa ci pensava “Diventerò un grande artista e papà non potrà ch’essere orgoglioso di me”.

Una sera rincasò tardi, facendo uno slalom tra le lenzuola della vicina, che cascavano quasi sulla strada; trafelato e ancora con le mani sporche entrò quasi in scivolata dalla porta di casa aperta. Trovò i genitori, il fratello e la sorella, seduti a tavola, si scusò prontamente, ma non vi fu nulla da fare quella volta “Da domani verrai a lavorare con me, basta scuola, basta amici, e basta ritardi. Si òmm ormai”. Umberto, assalito da un po’ ansia si fece coraggio e disse “Papà vogjio diventà ‘nu granne scurture” e tirò fuori dalla tasca del soprabito sgualcito una porcellana realizzata da lui. Il padre rimase incredulo: non era possibile che l’avesse fatta suo figlio, era troppo piccolo per essere così bravo, e poi come avrebbe potuto imparare?! S’arrabbiò molto, pensando l’avesse rubata e lo mise in castigo.

L’indomani mattina lo svegliò “Umberto cammena, jamm a fatìa”. E questa storia continuò per molte mattine, fino a che un giorno, Umberto, che nei mesi di lavoro era riuscito a mettere via un po’ di soldi senza che il padre se ne accorgesse, non si presentò al lavoro, ma andò di corsa a comprare tutto il necessario per scolpire. Passò la giornata a realizzare un’imponente mezzobusto che raffigurava proprio il padre, così che egli avrebbe potuto credere che l’opera era davvero sua. Si rovinò le mani di tagli a furia di lavorarci su, e quando finì andò a cercare tutta la famiglia per mostrare loro la sua scultura.

Quando suo padre e sua madre videro con che maestria il figlio sapeva lavorare decisero di vivere con meno soldi per mandarlo a studiare l’arte.

Oggi a Napoli Umberto va di rado, ormai è grande e vive a Milano, nel cuore dei palazzi Liberty, scolpisce in un seminterrato, restaura grandi opere e insegna ai suoi ragazzi, a scuola, come lavorare l’argilla, come cuocerla e come non perdere mai la voglia di sognare che si ha da bambini.

 

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